F I L O S O F I A
U T I L I T A R I S T A

 

HENRY SIDGWICK   

Henry Sidgwick

 

Henry Sidgwick è non solo un eminente filosofo inglese dell’Ottocento, avendo avuto grande influenza sull'etica e la politica anglo-americana dell’epoca, ma anche un epistemologo, un economista, un umanista, un teorico e uno storico della politica, un parapsicologo ed un pedagogista.
Nato il 31 Maggio 1838 e morto il 28 Agosto 1900 ha trascorso tutta la sua vita sotto il regno della Regina Victoria, cominciato nel 1837 e conclusosi nel 1901.
Nell'ottobre del 1855, Henry Sidgwick lascia la casa familiare per la stessa università nella quale suo padre aveva fatto i suoi studi, Cambridge; lì risiederà fino alla sua morte. Nel 1876, sposa Eleanor Mildred Balfour. Dopo una brillante carriera di studente di matematica e scienze umane, gli viene affidato, nel 1859, un corso di conferenze al Trinity College di Cambridge, un ramo dell'Università di Cambridge. Conserverà tale incarico fino nel 1869, data in cui si dimetterà a causa di una legge che esigeva la sottoscrizione dei Trentanove Articoli di fede della chiesa d'Inghilterra; poiché riteneva di non poterli rispettare coerentemente a causa dei suoi molti dubbi religiosi. Così, sin quando la legislazione relativa a ciò rimase tale, fu destinato ad altri impegni didattici che non imponevano tale costrizione. Quando nel 1885, questa regola viene abrogata, Henry Sidgwick riprenderà i suoi corsi accademici e nel 1883, ottiene la Cattedra Knightbridge di Professore di Filosofia Morale. Nel 1886, entra nel Liberal Unionist Party che diventerà più tardi, il Partito Conservatore inglese.
Fonda nel 1871 una delle prime Università aperta alle donne dell'Inghilterra, l'Università di Newnham Cambridge nella quale impegna la sua personalità e investe molto denaro. Nel 1882, crea la Society for Psychical research, un'associazione dedicata alla ricerca psichica di cui sarà il primo presidente, con Edmund Gurney (1847-1888), psicologo e docente presso l’università di Cambridge, Federico William Henry Myers (1843-1901) poeta e scrittore, docente di Lettere Classiche al Trinity College, William Fletcher Barrett (1844-1925), professore di Fisica presso l'università di Dublino, Edmund Dawson Rogers (1823-1910) giornalista e sua moglie Eleanor Mildred Balfour ispiratrice di numerosi progetti. Con l’aiuto di lei partecipa attivamente alla politica universitaria a favore dell’introduzione delle lingue straniere, degli studi scientifici, dell'insegnamento per corrispondenza e dei corsi serali per i lavoratori e per gli strati inferiori della società.

Extraits de The Methods of Ethics:

By Utilitarianism is here meant the ethical theory, that the conduct which, under any given circumstances, is objectively right, is that which will produce the greatest amount of happiness on the whole; that is, taking into account all whose happiness is affected by the conduct. It would tend to clearness if we might call this principle, and the method based upon it, by some such name as “Universalistic Hedonism”: and I have therefore sometimes ventured to use this term, in spite of its cumbrousness. (p. 411)

Per utilitarismo qui vogliamo indicare la teoria etica per la quale un comportamento, in date circostanze, è oggettivamente giusto, nella misura in cui produce, nell'insieme, la maggior quantità di felicità; e fa ciò attraverso il tener conto della felicità di tutti coloro che vengono influenzati da tale comportamento. Sarebbe più chiaro se noi potessimo denominare tale principio, ed il metodo su di esso basato, con il nome di “Edonismo universalistico”. Perciò io qualche volta mi sono azzardato ad usare questo termine malgrado la sua cacofonia. (p. 411)

Assuming, then, that the average happiness of human beings is a positive quantity, it seems clear that, supposing the average happiness enjoyed remains undiminished, Utilitarianism directs us to make the number enjoying it as great as possible. But if we foresee as possible that an increase in numbers will be accompanied by a decrease in average happiness or vice versa, a point arises which has not only never been formally noticed but which seems to have been substantially overlooked by many Utilitarians. For if we take Utilitarianism to prescribe, as the ultimate end of action, happiness on the whole, and not any individual's happiness, unless considered as an element of the whole, it would follow that, if the additional population enjoy on the whole positive happiness, we ought to weight the amount of happiness gained by the extra number against the amount of happiness lost by the remainder. So that, strictly conceived, the point up to which, on Utilitarian principles, population ought to be encouraged to increase, is not that at which average happiness is the greatest possible – as appears to be often assumed by political economists of the school of Malthus – but that at which the product formed by multiplying the number of persons living into the amount of average happiness reaches its maximum. (pp. 415-6)

Quindi, assumendo che in media la felicità degli esseri umani sia una quantità positiva, sembra chiaro che – supponendo che la felicità media goduta rimanga stabile, l'utilitarismo ci dirige a fare sì che il numero di quelli che ne traggano profitto sia il più grande possibile.  Ma, se riteniamo possibile che questa crescita di numero sarà accompagnata da una diminuzione della felicità media o viceversa, sorge un problema che, non solo non è stato mai formalmente rilevato, ma che anzi sembra sia stato fondamentale trascurato da molti utilitaristi. Infatti, se noi teniamo fermo il fatto che l'utilitarismo prescriva come fine ultimo dell’azione la felicità nel suo insieme, e non la felicità di un singolo individuo, se non in quanto considerata un elemento di quell’insieme, ne seguirebbe che, se un’altra parte della popolazione entra a far parte dell’intera felicità positiva, noi dovremmo soppesare la quantità di felicità guadagnata da questo numero aggiuntivo, raffrontandola con la quantità di felicità perduta dalla parte di popolazione restante. Così se concepito in forma stretta, secondo i principi utilitaristici, il punto di massimo incremento verso cui la popolazione dovrebbe essere incoraggiata, non è quello in cui la felicità media è la più grande possibile, – come spesso viene assunto dagli economisti politici della scuola di Malthus – ma quello in cui raggiunge il suo massimo quel prodotto formato dal moltiplicare il numero delle persone che vivono all’interno di una quantità di felicità media. (pp. 415-6)

Now the Utilitarian formula seems to supply no answer to this question: at least we have to supplement the principle of seeking the greatest happiness on the whole by some principle of Just or Right distribution of this happiness. The principle which most Utilitarians have either tacitly or expressly adopted is that of pure equality – as given in Bentham's formula, “everybody to count for one, and nobody for more than one”. And this principle seems the only one which does not need a special justification; for as we saw, it must be reasonable to treat any one man in the same way than any other, if there be no reason apparent for treating him differently. (pp. 416-7)

Ora sembra che la formula utilitarista non fornisca alcuna risposta al seguente problema: perlomeno noi dobbiamo integrare il principio del cercare la più grande felicità nel suo insieme, con qualche principio di giustizia o di giusta distribuzione di tale felicità. Il principio che la maggior parte degli Utilitaristi ha adottato tacitamente o espressamente è quello della mera uguaglianza – così come ci viene fornita dalla formula di Bentham, “ognuno deve contare per uno, e nessuno per più di uno”. Questo principio sembra essere l’unico principio che non abbia bisogno di una giustificazione speciale; infatti, come abbiamo visto, deve essere ragionevole trattare ogni uomo allo stesso modo, a meno che non ci sia nessuna  ragione apparente per trattarlo diversamente. (pp. 416-7)

If we consider the relation of Ethics to Politics from a Utilitarian point of view, the question, what rules of conduct for the governed should be fixed by legislators and applied by judges, will be determined by the same kind of forecast of consequences as will be used in setting all questions of private morality: we shall endeavour to estimate and balance against each other the effects of such rules on the general happiness. In so far, however, as we divide the Utilitarian theory of private conduct from that of legislation, and ask which is prior, the answer would seem to be different in respect of different parts of the legal code. (p. 457)

Se, da un punto di vista utilitaristico, consideriamo la relazione tra l’etica e la politica, il problema riguardante le norme sul comportamento che il governo dovrebbe fissare legislativamente ed applicare per mezzo dei giudici, saranno determinati dallo stesso tipo di valutazione delle conseguenze così come viene fatto nella composizione di tutte le questioni riguardanti la moralità privata: ci si sforzerà a valutare e controbilanciare, gli effetti di tali norme in relazione alla felicità generale. Tuttavia, nel momento in cui noi separiamo la teoria utilitarista della condotta privata da quella legislativa, e ci chiediamo quale delle due sia prioritaria, sembra che la risposta sia differente in riferimento alle differenti parti del codice legale. (p. 457)

The question whether all desire has in some degree the quality of pain, is one of psychological rather than ethical interest; so long as it is admitted that it is often not painful in any degree comparable to its intensity as desire, so that its volitional impulse cannot be explained as a case of  aversion to its own painfulness. (p. 46)

Il problema sul se ogni desiderio contenga in qualche misura l’aspetto del dolore, attiene agli interessi di natura psicologica, piuttosto che etica; fintanto che si ammetta che non sia spesso doloroso, in qualsiasi modo comparabile alla sua intensità come piacere, di modo che il suo impulso come volontà del desiderio non possa essere spiegato come caso d'avversione al dolore che tale desiderio ha prodotto. (p. 46)

To sum up: our conscious active impulses are so far from being always directed towards the attainment of pleasure or avoidance of pain for ourselves, that we can find everywhere in consciousness extra-regarding impulses, directed towards something that is not pleasure, nor relief from pain; and, indeed, a most important part of our pleasure depends upon the existence of such impulses: while on the other hand they are in many cases so far incompatible with the desire with our own pleasure that the two kinds of impulse do not easily coexist in the same moment of consciousness ; and more occasionally (but by no means really)the two come into irreconcilable conflict, and prompt to opposite  courses of action. And this incompatibility (though it is important to notice it in other instances) is no doubt especially prominent in the case of the impulse towards the end which most markedly competes in ethical controversy with pleasure: the love of virtue for its own sake, or desire to do what is right as such. (p. 52)

Riassumendo: i nostri impulsi attivi e coscienti sono talmente lontani dall’essere diretti sempre al raggiungimento del piacere o alla fuga dal dolore, che noi troviamo ovunque nella nostra coscienza degli impulsi diversi diretti verso qualcosa che non è né il piacere né il sollievo dal dolore; ed infatti, se la più importante parte del nostro piacere dipende dall'esistenza di tali impulsi; invece, d’altra parte, essi sono in molti casi così tanto incompatibili con il desiderio del nostro piacere che i due tipi di impulsi non coesistono facilmente nello stesso momento della coscienza; ed anzi, occasionalmente (ma non raramente) i due arrivano ad un conflitto insanabile e spingono verso direzioni opposte. Questa incompatibilità (che deve essere rilevata giustamente anche in altre circostanze), è senza dubbio preminente nel caso dell’impulso verso quel fine che più marcatamente è di competenza, del dibattito etico, in riferimento al piacere: l'amore per la virtù in sé, oppure il desiderio di fare ciò che è giusto in sé. (p. 52)

 

 

Bibliografia

Sidgwick as a Bachelor, a middleaged man an as an old man

www.henrysidgwick.com

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