F I L O S O F I A
U T I L I T A R I S T A

 

JOHN STUART MILL

John Stuart Mill

John Stuart Mill nato a Londra nel 1806 è figlio di James Mill. Quest’ultimo, specialista di storia dell'India e utilitarista radicale, impone a suo figlio un insegnamento eccessivamente rigoroso, fin dall'età di tre anni. Nel 1823 John segue suo padre lavorando per l'East India, dapprima come impiegato di ufficio per raggiungere poi posti di maggiore responsabilità.  Nel 1836 diventa redattore capo della “London and Westminster Review”. Il suo primo libro, A System of Logic viene pubblicato nel 1843; Principles of Political Economy nel 1848; On Liberty nel 1859; Utilitarianism, e Considerations on Representative Gouvernment nel 1861; The Subjection of Women nel 1869. Nel 1851, Mill sposa Harriet Taylor la quale muore nel 1858, lo stesso anno in cui egli lascia l'East India e trascorre dei periodi, oltre che a Londra, anche ad Avignone. Dal 1865 al 1868, è membro del Parlamento per Westminster.  Muore nel 1873 ad Avignone ove è seppellito accanto a sua moglie.

L'educazione di Mill, sotto la guida del padre, è descritta spesso come strettamente utilitarista e benthamita. Quella socratica, scrupolosa e attenta, gli sembra come una lezione inestimabile di riflessione intellettuale. Mentre, i libri di Platone ed Aristotele gli danno una visione della felicità più conforme ai concetti morali inculcatigli dal padre e più estesa rispetto alla visione egualitaria dei piaceri di Bentham.

Il 1826 è per Mill un periodo di transizione e d’incertezza che lo conduce verso una sorta di delusione per l’utilitarismo di Wordsworth e della poesia, e gli fa comprendere come l'intelletto e le emozioni non siano opposte avendo come fine la verità. Nella sua ricerca razionale del concetto di felicità, sente il bisogno del sostegno complementare della visione della felicità di cui è portatore il poeta, fatta di gioia interiore e di contemplazione tranquilla. Lo studio di Saint-Simon gli fa comprendere come le sue incertezze siano il riflesso della natura critica e transitoria di un periodo che si è contrapposto ad un passato dove ha prevalso l'ordine biologico. Da Coleridge apprende l'importanza di uno sviluppo capace di condurre verso una democrazia politica ed una cultura letteraria, sostenute dal risveglio dell'opinione popolare.

Mill arriva alla conclusione per la quale la virtù è il più grande bene nel raggiungimento del bene supremo, che deve essere perciò desiderata in se stessa. Introduce anche la nozione di giustizia in alcuni campi che sembrano non aver niente in comune, come il diritto legale, il diritto naturale, quello morale, oppure l'idea di lealtà, di imparzialità e di uguaglianza. La giustizia si distinguerebbe per il fatto di riguardare questi doveri, in ciò dando nascita ad un diritto correlativo, in riferimento a parecchie persone, cosa che, viceversa, altri obblighi morali non prenderebbero in considerazione. Mill nel parlare dei diritti, sottolinea come gli individui debbano chiedere legittimamente alla società di proteggerli. Infatti, la giustizia serve per sostenere le utilità sociali più vitali e basilari del genere umano mirate ad un benessere generale sempre più esteso. (Vedi: Joseph Malaby Dent, 1849 -1926, in Utilitarianism, On Liberty, Considerations on Representative Government, traduzione di H. Geninet)

Mill difende la libertà individuale in contrapposizione al controllo illimitato dello Stato. Ciò in armonia con lo spirito dell'epoca in cui la società si basa sullo sviluppo del singolo cittadino. Lo Stato diventa Stato di Diritto, nel senso che diritti ed obblighi devono essere rispettati tanto dai cittadini quanto dallo Stato. La relazione tra popolo e Stato è basata su un contratto sociale segnato dalla reciprocità, in mancanza del quale c’è il caos. L'innovazione di Mill consiste nel dare corpo sistematico a questa reciprocità, segnando così il passaggio dal medioevo all’età dell’illuminismo.

Estratti di Utilitarianism, di Mill
CHAPTER I

The creed which accepts as the foundation of morals, Utility, of the Greatest Happiness Principle, holds that actions are right in proportion as they tend to promote happiness, wrong as they tend to produce the reverse of happiness. By happiness is intended pleasure, and the absence of pain; by unhappiness, pain and the privation of pleasure. To give a clear view of the moral standard set up by the theory, much more requires to be said; in particular what things it includes in the ideas of pain and pleasure; and to what extent this is left an open question. But these supplementary explainations do not affect the theory of life on which this theory of morality is grounded – namely that desirable as ends; and that all desirable things (which are as numerous in the utilitarian as in any other scheme) are desirable either for the pleasure inherent in themselves, or as means to the promotion of pleasure and the prevention of pain. P. 8.

CHAPITRE I

Il principio della più grande felicità, quel credere che accetti come fondamento della morale l’utilità, sostiene che le azioni sono giuste o sbagliate nella misura in cui tendono a promuovere la felicità e viceversa. Per felicità s’intende il piacere e la mancanza di dolore; per infelicità, s’intende il dolore e la mancanza di piacere. Per fornire un punto di vista chiaro del criterio morale fissato dalla teoria c’è bisogno di dire molto di più; in particolare quali cose essa include nelle idee del dolore, e quali in quelle del piacere; per quel che riguarda la misura il problema resta aperto. Ma queste spiegazioni aggiuntive non inficiano la teoria del modo di vivere o della vita su cui si fonda questa teoria della moralità – cioè della desiderabilità intesa come fine; e del fatto che tutte le cose desiderabili (che sono numerose nella struttura utilitarista, come in qualsiasi altra struttura) sono desiderabili sia per il piacere inerente in esse stesse, sia come mezzi di promozione del piacere e di prevenzione del dolore.

CHAPTER IV

Life would be a poor thing, very ill provided with sources of happiness, if there were not this provision of nature, by which things originally indifferent, but conducive to, or otherwise associated with, the satisfaction of our primitive desires, become in themselves sources of pleasure more valuable than the primitive pleasures, both in permanency, in the space of human existence that they are capable of covering, and even in intensity. Altra ed.

La vita sarebbe una ben povera cosa, se fosse insufficientemente fornita di fonti della felicità, se non ci fosse questo dono della natura quelle cose che originariamente erano indifferenti, associate con esso, conducono alla soddisfazione dei nostri desideri originari, diventando, in se stesse, sorgenti di un piacere ancora più grande di quanto non siano i piaceri originari, sia per durata, nello spazio dell’esistenza umana che essi sono in grado di coprire, che in intensità.

Virtue, according to the utilitarian conception, is a good of this description. There was no original desire of it, or motive to it, save its conduciveness to pleasure, and especially to protection from pain. But through the association thus formed, it may be felt a good in itself, and desired as such with as great intensity as any other good, and with this difference between it and the love of money, of power, or of fame, that all of these may, and often do, render the individual noxious to the other members of the society he belongs, whereas there isnothing which makes him so much a blessing to them as the cultivation of the disinterested, love of virtue. And consequently, the utilitarian standard, while it tolerates and approves those other acquired desires, up to the point beyond which they would be more injurious to the general happiness than promotive of it, enjoins and requires the cultivation of the love of virtue up to the greatest strength possible, as being above all things important to the general happiness. P. 48.
[…]        

La virtù, secondo la concezione utilitarista, rappresenta bene ciò. Non ci sarebbe nessun desiderio originario o ragione per condurre ad essa, salvo il fatto che essa porta al piacere e, specialmente, che ci protegge dal dolore. Ma per mezzo dell’associazione testé formata, essa può essere ritenuta un bene in sé, e può essere desiderata in quanto tale con grande intensità come un qualsiasi altro bene, ma con questa differenza: l’amore per il danaro, per il potere, o per la fama, spesso possono rendere e rendono l’individuo pericoloso agli altri membri della società a cui appartiene, mentre non c’è nulla che lo rende più benefico agli altri come il coltivare il disinteressato amore per la virtù. Conseguentemente la misura utilitarista, mentre tollera e approva quegli altri desideri acquisiti sino al punto oltre il quale essi sarebbero dannosi, piuttosto che utili alla felicità generale, impone e richiede che si coltivi l’amore per la virtù col massimo sforzo possibile, ritenendola importante, al di sopra di ogni cosa, per lo sviluppo della felicità generale.  

Those who desire virtue for its own sake, desire it either because the consciousness of it is a pleasure, or because the consciousness of being without is a pain, or for both reasons united; as in truth pleasure and pain seldom exist separately, but almost always together, the same person feeling pleasure in the degree of virtue attained, and pain is not having attained more. If one of these gave him no pleasure, and the other no pain, he would not love or desire virtue, or would desire it only for the benefits which it might produce to himself or to persons who are cared for.

Colui che desidera la virtù in se stessa lo fa perché la coscienza di essa è un piacere, o perché la coscienza della mancanza di essa è un dolore, oppure per entrambe le ragioni, infatti, in verità, il piacere ed il dolore raramente esistono separati, bensì quasi sempre assieme, la stessa persona sentendo il piacere in proporzione alla virtù ad essa collegato, avverte il dolore in proporzione in cui si trova lontano da essa. Se non sentisse nel primo caso piacere, nel secondo caso dolore, egli non amerebbe e non desidererebbe la virtù, la desidererebbe soltanto in virtù dei benefici che essa potrebbe produrre a lui, o alle persone a lui care.

CHAPTER V

The equal claim of everybody to happiness in the estimation of the moralist and the legislator, involves an equal claim to all the means of happiness, except in so far as the inevitable conditions of human life, and the general interest, in which that of every individual is included, set limits to the maxim; and those limits ought to be strictly construed. As every other maxim of justice, so this, is by no mean applied or help applicable universally […] The entire history of social improvement has been a series of transitions, by which one custom or institution after another, from being a supposed primary necessity of social existence, has passed into the rank of an universally stigmatizes injustice and tyranny.

CHAPITRE V

Nella stima del moralista e del legislatore, deve avere eguale peso l'anelito di ciascuno alla felicità e a tutti quei mezzi che portano alla ricchezza, tale massima trova dei limiti nelle condizioni inevitabili della vita umana e dell’interesse generale in cui ogni individuo si trova, e tali limiti dovrebbero essere severamente costituiti. Poiché qualsiasi altra massima della giustizia, non è per niente applicabile universalmente […] Tutta la storia della crescita sociale consiste in una serie di transizioni per mezzo delle quali, un costume o un’istituzione dopo l'altra, dal costituire un presupposto per la necessità primaria dell'esistenza sociale, sono passate al rango di condanna universale dell’ingiustizia e della tirannide.


Vedi J. S. Mill, Utilitarianism, 1ª ed. 1863, ristampa, Forgotten Books, 2008.

 

Bibliografia

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